La mia versione del #Twitpanettone

Consistenze in questi mesi è rimasto un po’ fermo, in attesa di sapere bene cosa sarebbe stato di questo progetto.

L’esigenza di scrivere e nuove idee in fermento fanno però sì che, come quando devo mettere le mani in pasta, il bisogno prima o poi diventi un’urgenza e non ci sono impegni che tengano. E così, mentre sono in attesa di potervi raccontare uno dei più belli  e golosi post che Consistenze abbia mai pubblicato e quali altre iniziative ho per la testa, volevo riproporre un’esperienza di quasi 3 anni fa, quando, insieme ad Antonello Biancalana, Stefano Calosso e Lucia Galasso, ho disseminato la timeline di Twitter con l’hashtag #twitpanettone.

Partito in un’uggiosa sera autunnale in cui avevo voglia di mettermi alla prova con qualcosa di più serio del “cosa cucino stasera?” ho iniziato a documentarmi sul lievito madre, come si produce, come si mantiene. Il botta e risposta mediante Twitter non si è fatto attendere e presto oltre ai consigli, è arrivata la proposta: “Perché non facciamo qualcosa tutti insieme, seppure a distanza?”. L’idea era bella e un po’ folle e come tutte le follie non si accontentava di cose facili.

Era nato il #twitpanettone. Una ricetta collaborativa, messa a punto nel pieno rispetto del disciplinare e realizzata da noi “fondatori” e da chiunque altro abbia voluto seguirci in questa folle avventura fatta di scontri con attrezzature casalinghe, una buona dose di inesperienza (nessuno, prima di allora, mi aveva spiegato come si presentava un impasto “incordato” e nemmeno che per realizzarlo mi sarebbero serviti quasi 40 minuti alacre impasto a base di braccia e olio di gomito: è da allora che desidero ardentemente una planetaria), di sveglie puntate alle 4 del mattino e di assurdi dialoghi con la merceria della zona per acquistare i ferri da calza che sarebbero serviti a realizzare il “binario” dove porre a raffreddare la “creatura”.

Penso che il mio amore per la pasticceria fatta “come si deve” sia sbocciato in quel preciso momento.
Il mio amore per la Rete e le sue risorse invece risale a molto prima, ma questa è stata una prova ulteriore: attraverso la Rete ho incontrato persone con interessi simili con cui dialogare e confrontarmi. Ed è quello che consiglio di fare a tutti i clienti che, dubbiosi o timorosi, mi chiedono come comportarsi “sui social”: non abbiate paura di dialogare e confrontarvi in maniera costruttiva e intelligente. Siate educati, imparate da chi vi insegna, non “rubate” contenuti altrui senza chiedere permesso, cercate di essere originali. Insomma, usate lo stesso rispetto che avete per la vostra azienda, i vostri prodotti, le vostre ricette.

Se vi state chiedendo com’è uscito il mio #twitpanettone, posso dirvi solo questo: non era perfetto, la lievitazione aveva lasciato un po’ a desiderare e non aveva spinto abbastanza in alto l’impasto. Mancava di sofficità e di idratazione. La foto qui sopra, uscita sfuocata ne è testimone in tutta la sua limitatezza.

Il sapore, però, quello non lo dimentico: fragrante, intenso, simile per equilibrio a quello dei panettoni di alcuni grandi maestri del lievitato che ho incontrato negli anni a venire, ma splendidamente “mio”.

 

Qui trovate qualche notizia in più sul #twitpanettone:

Quando l’antropologo fa il #twitpanettone

Una ricetta con la biga per il #twitpanettone

#twitpanettone: quando il panettone si fa social

Ecco il panettone 2.0!

La generazione pro pro è anche prosumers?

Il simbolo del #twitpanettone, disegnato nientemeno che da Francesca Barreca di The Fooders.

 

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